Come una rete di Indra
- Ludmilla
- 2 mar
- Tempo di lettura: 4 min
Dal viaggio: Giappone in Shinkansen
di Karlos
Quando d’inverno fa freddo e ti trovi a viaggiare in auto con i finestrini completamente chiusi, sei coinvolto in quel fenomeno noto come condensa: pian piano si appannano i vetri, l’aria calda è troppa e hai bisogno di un nuovo ricircolo d’aria.
E allora, in quel momento,
in quel caldo piacevole e confortante,
hai bisogno di una nuova boccata d’aria.
Aria gelida, fredda.
Questo viaggio, per me, è stato come quell’aria.
Pulita, rinfrescante, nuova.
Amo questa sensazione, è davvero rigenerativa.
Cercavo qualcosa di autentico, qualcosa di unico.
E tutto questo è arrivato nella terra del Sol Levante:
il Giappone.
Dentro di me c’era una voglia irrefrenabile di ricerca e di benessere, incentrata sulla mia parte più profonda: quella meno visibile, più delicata e spirituale.
L’anima.
Per noi occidentali è davvero difficile pensare di vivere, di stare, anche solo un momento della nostra vita.
Siamo abituati a riempire ogni istante della giornata per renderla più viva e colorata possibile.
In treno, in metro, durante un viaggio in auto, a una cena di famiglia, nelle grandi festività, tendiamo a non convivere mai con quella sensazione di silenzio e di vuoto.
Questo ci creerebbe un forte disagio, ci metterebbe nella posizione di osservarci troppo da vicino.
Eppure, contemplare, ammirare, godere fino all’essenza ogni momento del tempo che scorre, essere lì, lasciando che quel vuoto riempia il cuore e l’anima, è una delle meraviglie che ogni persona meriterebbe di provare.
Ci vuole davvero tanta consapevolezza per accettarlo, ma una volta accolto, credetemi, inizia la magia.
Il popolo giapponese però questo un po’ te lo insegna:
Mani congiunte, testa chinata, una forma di profondo rispetto e devozione per il prossimo.
Parola all’ordine del giorno?
Indovinate…
“Scusa”.
Dante, a mio avviso, oggi li paragonerebbe al giunco: una pianta umile, capace di flettersi e chinarsi in maniera così profonda, da non spezzarsi mai.
In questo viaggio, oltre alle bellezze evidenti della terra e delle persone del Sol Levante, una delle cose che mi ha impressionato di più è stato osservare, in maniera quasi impercettibile, le nuove forme che prendevano ai miei occhi, i miei compagni di viaggio.
Inizialmente persone completamente sconosciute, che in poco tempo si sono trasformate in quelle che speri di avere sempre nella tua vita: splendide conoscenze.
Vivere e condividere con loro ogni giorno di questo viaggio mi ha portato, subito dopo, a sentirne la mancanza e un particolare tipo di affetto.
Un affetto che dentro di te sai essere nato troppo in fretta, ma che non puoi fare a meno di riconoscere per quanto sia importante nel tuo momento presente.
Emozioni, strade percorse insieme, sogni di vita condivisi.
Valore creato, nuovi punti di vista su come raggiungere la parte più autentica di noi.
Legami intrecciati come in una rete d’Indra, dove ogni nodo riflette, come un prezioso gioiello, la luce di tutti gli altri.
Non nego che, anche ora che sono qui a scrivervi, vivo questo racconto con nostalgia.
Questo viaggio, per me, è stato una vera rinascita.
Il Giappone è riuscito a toccare delle corde all’interno del mio cuore in modo profondo.
Alcune dolorose, quelle che quando le tocchi vibrano più forte.
Mi ha portato ad affrontare il tema dell’attaccamento ai legami: così difficili da creare per molti, così difficili da lasciare andare per tanti. Per me, in questo caso.
Ma allo stesso tempo, altre corde, che seppur suonate in modo verace, hanno avuto un effetto diverso dentro di me.
Come di una forte esplosione.
Avete mai visto un’esplosione di colori?
O meglio, l’avete mai immaginata?
Chiudete gli occhi ora e provate a vederla accadere davanti a voi.
Io ho provato questo.
Proprio così. Identica. Meravigliosamente colorata.
Questo continuo flusso di emozioni, armonia e desiderio di cambiamento è stato così forte che, appena tornato, ha innescato in me una serie di azioni e cambiamenti che mi stanno portando sempre più vicino alla mia passione.
Piccole vittorie, tutti i giorni.
Un po’ alla volta.
Un centimetro dopo l’altro.
Per rendermi oggi la versione più vicina a quella parte autentica di me stesso, quella con cui anche io, spesso, faccio fatica a dialogare, seppur la vorrei così stretta a me.
Mi auguro che ognuno di voi possa provare, almeno una volta nella vita, ciò che ho provato io.
Sperimentare, curiosare, immergervi interamente, lasciando ciò che eravate, le vostre vecchie abitudini, quelle che sapete che non vi rappresentano più, riconoscere davvero i vostri valori, per vivere, anche solo per un istante, un’esperienza che il vostro corpo e la vostra anima non hanno ancora vissuto.
E credetemi, tutto questo è l’unica cosa che rimarrà.
Ma questo è stato solo un capitolo della mia storia.
E come ben sapete, ognuno di noi è fatto di molti capitoli che, intrecciandosi, danno forma alla propria storia di vita.
Sarebbe bello poterle mettere tutte insieme, queste storie, e raccontarle.
Ma alla fine, la tua storia puoi viverla solo tu.
Solo tu sai davvero cosa custodisce.
Quello che ho appena raccontato è ciò che mi rimarrà.
Il mio momento presente, che oggi leggete come passato o come futuro, ma che mentre accadeva era semplicemente il mio adesso.
Ed è questo l’insegnamento che ho appreso e che voglio lasciarvi:
il presente è l’unica cosa che possediamo davvero.
È l’unico tempo che ci trasforma.
Questo è stato solo un capitolo della mia storia.
Ora la domanda è una sola:
sei pronto a scrivere il tuo?
Di Karlos


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